Reato e pena: un rapporto giurisdizionale che
Lucia Brischetto, pur essendo “addetta ai lavori”, nel suo romanzo-diario
affronta con profonda analisi psicologica e sociale.
Sciura, protagonista di tutti i tempi, si
macchia di un orrendo delitto: omicidio del marito con la complicità del
cognato di cui è innamorata. Banale storia sarebbe la conclusione, ma
la Brischetto indaga, quasi scava la
psicologia del personaggio di sua creazione.
Perché Sciura ha ucciso? E ancora: il carcere è solo luogo di punizione, ma
può anche essere luogo e tempo (sospeso) di rieducazione?
Per
la Brischetto
il giusto e l’ingiusto hanno due connotazioni fondamentali: il giusto
giuridico e il giusto etico. Il giusto giuridico sta nell’osservanza delle
leggi. Questa giustizia, la giustizia in quanto Istituzione, non è la
qualità di ciò che è giusto; è l’istituzione che applica la legge. Da questo
punto di vista Sciura compie un reato e la legge la punisce con la
reclusione.
Ma noi abbiamo anche l’idea di una giustizia
al di là della legge, forse addirittura di una giustizia per la quale non vi
può essere legge, una giustizia che non può essere racchiusa in una legge,
una giustizia superiore a qualunque legge, il giusto etico(1) .
Sciura, infatti, dice: “Non mi sento
insultata dalla Giustizia, quella istituzionale, mi sento insultata dalla
vita.
Quante volte Sciura ha pensato: Non è
giusto!, un grido senza voce, un lamento muto, non raccolto da nessuno. Non
è giusto nascere per caso, non avere la carezza della madre, una fiaba
raccontata prima di addormentarsi; non è giusto invidiare le bambole perchè
coccolate dalle loro mamme bambine, non è giusto avere rubata l’infanzia.
Tutte ingiustizie, queste, subite dalla giovane.
Sciura, infatti, vive in un contesto
familiare, arretrato, ignorante, dove anche la religione viene vissuta
superficialmente, come un rito pagano, senza valori morali; dove vale più
una gallina o una pecora che un figlio.
La sua casa è sempre frequentata da uomini,
amici della madre, e Sciura è troppo piccola per capire, ma già adulta per
soffrire. Ha bisogno di chiedere, di andare a scuola con altri bambini, di
avere amici, di essere educata alla vita, ai sentimenti, ma nessuno si
occupa di lei e se qualcuno osa farlo viene respinto dalla madre. La
famiglia di Sciura è esclusa. La stessa Sciura viene evitata e non comprende
la causa dell’isolamento dalla comunità, il distacco degli altri dalla sua
umanità bambina che le appartiene. E accumula amarezze, in silenzio.
Soltanto a scuola è un pò tranquilla perché a scuola non ci sono letti da
condividere con gli “zii”.
Il prete preferisce non avere in Chiesa
Sciura e sua madre a causa della posizione familiare moralmente irregolare.
Ha un concetto confuso anche di Dio, sa che deve amarlo ad ogni costo, ma
non capisce perché Lui non intervenga nella sua vita d’inferno.
Quando Sciura ha ancora 13 anni, quando
ancora avrebbe bisogno di giocare, la sua adolescenza viene violata. La
stessa madre la consegna ad uno dei suoi amici.
A 18 anni Sciura rimane incinta di quell’uomo
e lo deve sposare: le “ giuste nozze” con quello che era stato l’ amante
della madre, “un ammasso di istinti primitivi”, un “orco”, l’orco che non
ama e non si ama, un matrimonio celebrato come un funerale, un
matrimonio-tomba.
Massacrata senza gridare, una continua
violenza subita, celata, da celare, per non “spubblicare” il marito, prima
una soggezione materna poi coniugale: Sciura si riduce ad essere una schiava
silente.
Poi Sciura scopre l’amore, avverte la
possibilità di avere tutto ciò che gli era mancato, si innamora del cognato
e, dopo l’ennesima violenza subita, dopo la proposta oscena fatta dal marito
di dividere il suo corpo con quello del fratello purché non si venga a
sapere, si ribella e uccide, aiutata dal suo amante. E’ un omicidio
annunciato, maturato nella violenza continua, ma è anche un reato del
silenzio, dell’indifferenza, del farsi i fatti propri: I miei vicini di casa
erano fantasmi. Vedevano, forse capivano, e non intervenivano…Io al loro
posto avrei fatto qualcosa per quella bambina violata ogni giorno da un orco
e da una madre folle e/o sottomessa ella stessa alla violenza di un bruto.
Di fronte a me consumavano il peccato del
silenzio consentendo qualunque aberrazione su di me, da parte di chiunque e
tutto questo perché non avevano il coraggio di essere persone dotate di
dignità, di solidarietà e di protezione nei confronti di una minore.
La delinquenza femminile, a differenza di
quella maschile, è molto spesso una risposta alla violenza compiuta
all’interno della famiglia, dove la donna è vittima e l'uomo carnefice. Di
fronte ai maltrattamenti, alle violenze, la donna vittima assume spesso un
atteggiamento passivo, causato da un senso di vergogna, da un perdurare di
arcaici condizionamenti sociali, dall’assenza di aiuto da chi dovrebbe
fornirlo. La donna che si ribella, passa, come Sciura, da un atteggiamento
passivo ad uno attivo, trasformandosi da vittima in criminale.
Il romanzo-diario di Lucia Brischetto, su
questo punto, è un atto di accusa.
Come Émile Zola la scrittrice grida,
attraverso la sua Sciura, “J’accuse”. (2)
Accuso il peccato del silenzio. Quando c’è
violenza sulla donna o sui minori, c’è sempre una corresponsabilità del
contesto, di chi sta accanto e non vede o finge di non vedere. “J’accuse”,
scrive Lucia.
La penna di Lucia, come qualcuno ha scritto
di Leonardo Sciascia , è una “penna spada” e il suo libro, soprattutto oggi,
fa riflettere sull’emergenza educativa, sull’educazione ai sentimenti, sulla
prevenzione del bullismo. Scandalizzarsi o essere indifferenti di fronte a
certe realtà, rimpiangere romanticamente i bei tempi antichi, sono
atteggiamenti sterili. Molte derive dei giovani verso “lo sballo” o la
devianza potrebbero essere limitate se si crea una “presa in carico”
sociale, si costuisce una fitta rete interistituzionale tra le varie realtà
educative (scuola, parrocchia, volontariato, forze di polizia, enti locali)
ma soprattutto se si sa ascoltare.
Nel caso di Sciura è mancato tutto ciò e la
giovane ha dovuto subire il carcere per capire.
Nel Carcere, il cimitero dei vivi,
paradossalmente Sciura scopre la vita e il senso della vita. Attraversa
l’inferno, la quotidianità del carcere, coabita con le compagne detenute per
cento reati più o meno gravi, scopre brandelli di umanità. Stando “dentro”
diventa “persona dotata di sentimenti, di diritti e doveri, di colpe, di
rispetto”.
Sciura è figlia delle sbarre, anima che
dietro le sbarre si è ritrovata, anzi trovata. Attraverso gli occhi e il
diario di Sciura , la
Brischetto
offre una esposizione netta del carcere, come è e come dovrebbe essere,
luogo di punizione o luogo di rieducazione. Sciura nasce nel carcere perché
nel carcere trova rispetto, capisce il significato ambiguo del termine
rispetto, rispetto del più forte, ma anche e soprattutto rispetto nel
significato di riconoscimento reciproco tra persone appartenenti allo stesso
genere umano. Attraverso il linguaggio che fa sì che ci si comprenda
reciprocamente, alla pari, l’uno riconosce l’altro. Sciura ha la fortuna di
incontrare operatori penitenziari e, in particolare, un’assistente sociale
che la “riconosce” portatrice, anche se omicida, di valori, di sentimenti,
del senso del giusto e dell’ingiusto.
La bambola di pezza, la donna a perdere, si
esamina, si scopre, soffre per quello che ha fatto, perdona e chiede
perdono, impara a perdonarsi, e comincia timidamente a proiettarsi nel
futuro, vive.
Sciura rappresenta un esito positivo del
carcere visto come rieducazione. Ma anche in questa parte del libro
la Brischetto
denuncia, affonda la sua “penna-spada”, attraverso le parole della
protagonista: Il carcere è una scatola chiusa di cui è sempre difficile
parlare sia in bene che in male e che è altrettanto impossibile parlarne
senza “accusare” quella parte delle Istituzioni, cosiddette “sane”, che
dovevano sapersene occupare prima e che dovevano sapersene occupare prima e
che dovevano sapere salvaguardare la dignità della persona, come sancito
dalla nostra Costituzione.
L’autrice offre una panoramica del carcere
nella sua realtà, anche inumana e ci fa riflettere. Ancora oggi, purtroppo,
il carcere rimane un luogo separato, rimane “altro” dal territorio. In
carcere c’è chi ha fatto del male, ma c’è chi l’ha subito, e c’è chi, dopo
averlo fatto, subisce a sua volta del male. Purtroppo nella realtà italiana
da qualche tempo si sta producendo un’involuzione rispetto all’idea di
carcere, idea rivolta più alla vendetta che al recupero e al reinserimento.
“ Non possiamo far finta – scrive Livio
Ferrari (Presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia) che
tutto questo sia normale, non possiamo far finta che sia un carcere normale
quello che pagano le donne, in un carcere costruito al maschile, con una
legislazione che è ancora “occhio per occhio, dente per dente”, che rispetto
alla gravità del reato impone una gravità di pena, senza nessuna
restituzione, senza nessuna riconciliazione.” Sciura- Brischetto dimostra
che la riconciliazione con se stessa e con la società è possibile, ma vuole
anche denunciare il fatto che non ci si può accontentare di casi sporadici,
ma occorre istituzionalizzare, rendere prassi, il recupero. Il libro è in
sintonia con una riflessione del Cardinale Carlo Maria Martini quando
afferma: Il carcere è lo specchio rovesciato di una società, lo spazio in
cui emergono le contraddizioni e le sofferenze di una società malata…Quale
visione globale di uomo e di società corrisponde al nostro sistema penale e
quale idea di giustizia esso rappresenta?...Il modo con il quale la società
si comporta verso i delinquenti è quindi parte del vissuto e della
sofferenza di ogni persona umana e dice il grado di civiltà di un popolo.
Il libro della Brischetto, pur utilizzando il
genere letterario del diario, contiene pagine che assomigliano piuttosto ad
un saggio, un saggio sulla responsabilità sociale di fronte a certi reati e
quindi sull’emergenza educativa, sulla necessità di un carcere che rieduchi,
sulla speranza nel progresso della coscienza dell’uomo. Le parole di Sciura
rivelano l’anima di Lucia Brischetto, della sua fede nel riscatto, rivelano
la professionalità e la dedizione vissuta in “trenta anni”, come lei ama
ripetere, “di galera”.
Qualcuno ha affermato che la storia di Sciura
è paragonabile ad una tragedia greca. Diversamente dai personaggi tipici
della tragedia greca Sciura può essere paragonata ad alcuni personaggi di
Dostoevskij soprattutto quando si rendono conto che è benefico per il
colpevole, non tanto il castigo dato dalla giustizia, quanto l'assunzione di
responsabilità e la sofferenza che il reato comporta per procedere verso una
dimensione nuova.
Il mondo greco non aveva compreso che il
dolore è un prodotto della colpa: il colpevole, commettendo il male, fa
soffrire gli altri uomini e nello stesso tempo soffre egli stesso; il mondo
greco non conosce il perdono e la espiazione come “totale” riscatto. In
altre parole, tra i tragici greci e Sciura ci sono i concetti cristiani
dell’espiazione e della redenzione. Riportando tale concetto in chiave laica
la storia di Sciura è una catartica rinascita resa possibile dal
cristianesimo laico declinato dalla educatrice Lucia Brischetto nel dialogo
continuo e nella fede nell’uomo e ci fa ricordare Dostoevskij quando scrive:
L’uomo è un mistero difficile da risolvere. Io voglio cercare di comprendere
questo mistero, perché voglio essere un uomo (3).
Romanzo-diario o saggio che sia, il libro di
Lucia Brischetto è forse più semplicemente un libro di pedagogia, un libro
che invita a riflettere tutti coloro che si reputano “educatori”.
Carmelo
Torrisi
Recensione:
Lucia Brischetto Sciura, storia di una donna
– Diario del tempo sospeso Armando Siciliano Editore -Messina - 2008
(1) Jean-Luc Nancy, Il giusto e l’ingiusto,
Feltrinelli, Milano 2007
(2) Il
13
gennaio 1898
il giornale
socialista
L’Aurore pubblicò una lettera aperta scritta da Émile Zola al Presidente
della
Repubblica francese
Félix
Faure con lo scopo di denunciare pubblicamente le irregolarità e le
illegalità commesse nel corso del processo contro
Alfred Dreyfus, al centro di uno dei più famosi affaire della storia
francese.
(3) Fëdor Michajlovi? Dostoewskij, Lettera al
fratello, 1893.